Strano come sia tutto in bianco e nero, e ti vedo seduto in punta al divano intento ad edificare un castello di pacchetti di sigarette vuoti sul tavolino fatto di riviste e fogli sparsi, mentre Laura, svestita, si tiene in equilibrio sullo sgabello e io la disegno tracciando curve e spigoli del suo corpo appuntito sul cartoncino o almeno ci provo perché è difficile resistere alla tentazione di decifrare i tuoi pensieri da quel sorriso che mi nascondi. Ma so che c’è tempo, anche il ricordo è dilatato, tempo per ridere insieme e sfinirci di musica e poesia. Tempo per ricalcare gli schizzi del tuo sguardo crucciato che alterno all’album di Laura, il tuo sguardo le tue labbra tese in un sorriso e le tue mani nervose difficili da fermare sulla carta. Tempo, che sembrava esistere tra di noi materico e sospeso e invece nel giro di pochi giorni hai preso le tue cose, poche, ma così tue e ti sei legato all’idea che laggiù saresti stato meglio, che il viaggio stesso ti avrebbe salvato e forse poteva essere così perché viaggiare è come un balsamo a volte, ma hai scelto il compagno sbagliato e non so fartene una colpa, non è tua, e forse nemmeno sua, ma se così non fosse forse me lo avrebbe detto, non avrebbe lasciato che io scoprissi tutto per caso, che Laura me lo sputasse in faccia con la naturalezza di un gossip da shampista, togliendomi il fiato e moltiplicando la forza di gravità. Strano come sia rimasto vivido il ricordo della mia fuga, mentre mi tengo aggrappata ai muri di Palazzo Nuovo e tento di raggiungere le scale con il mondo che vortica intorno e nessun volto amico perché Clelia mi ha lasciata su mia richiesta, avrei dovuto permetterle di stare e di assistere all’esame di storia medievale, il mio ultimo giorno in facoltà prima della disfatta. Ma forse è meglio così. Forse Laura non si sarebbe mai avvicinata, ed io avrei continuato ad aspettare notizie dalla Francia per mesi, anni, fino a convincermi che non ne volevi sapere nulla. Ogni evento vale la pena di essere vissuto e allora eccomi lì schiacciata da un dolore che mi rende sorda mentre mi trascino fino alla pensilina del tram e mi lascio spingere dentro dalla folla e mi lascio nuovamente spingere fuori a Porta Susa, dove attraverso la strada incolume senza capire come e raggiungo i binari a memoria e trovo poi il coraggio di chiamare mia madre e dirle che non tornerò mai più in Facoltà. E non vorrei tornare nemmeno mai più a casa. Vorrei restare lì seduta sul marmo gelido della stazione fino a notte fonda. E grazie al cielo piove e dal momento in cui riattacco la telefonata con mia madre inizio a singhiozzare e versare lacrime calde e la gente intorno mi guarda distaccata come fossi un manifesto. Piangerti è un lusso che tu mi hai fatto crollare addosso, rende irreale l’urgenza con cui questa gente si muove su e giù dai gradini e si spintona per un posto in piedi o seduti che sia. E ciò che è più assurdo è che tu sei morto da mesi ed io non so nemmeno in che giorno è successo, se in un giorno triste come questo, decadente come piace a te o in un ridicolo giorno di sole. Se quando hai deciso di spingere il piede sul pedale stavi ascoltando della buona musica o te ne sei andato con la canzone sbagliata. Non sarebbe da te, un professionista della colonna sonora di ogni istante, magari era un pezzo dei Doors, magari era il nostro.

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