di lana e vinile

Amo Ivrea,  con la pioggia è ancora più bella.
Amo camminare sul porfido del centro storico, risalire via Palestro e arrivare fino al Castellazzo.
Amo affacciarmi sulla Dora verdelatte. E amo il suo odore di muffa.
Il colore dell’asfalto, i vicoli e piazzetta Santa Marta.
Ho un legame fortissimo con questa città.

Durante l’infanzia spesso dormivo in un alloggio in via 4 Martiri, l’eco nelle scale vecchie, non un gradino uguale all’altro.
Dormivo lì il weekend a casa di mia zia sopra il suo negozio di lane, che nei miei ricordi accende solo un odio indistinto per l’odore della canfora, del sapone di marsiglia e per la zia in questione.
Tutti i pomeriggi mi arrampicavo su per la viuzza fino al negozio del pazzo. Un negozio di dischi. Quell’uomo mi faceva un po’ paura, ma mi lasciava gironzolare nelle due stanzette senza cacciarmi, ascoltavo la musica e cercavo di leggere i nomi sulle copertine dei dischi, solo i primi esposti, agli altri non arrivavo.
Vinili vinili vinili, un’amore nato a Ivrea.
A quei tempi più che una bambina dovevo essere un cane da segugio, ho un miliardo di ricordi olfattivi.
Ricordo le clienti di mia zia, vecchie matrone e esili madamine, le signore indiscusse dell’Ivrea bene, che ormai saranno tutte morte, erano decrepite già 30 anni fa.
Le ricordo tutte a naso.
Mi portava con lei quando andava a prendere le misure o quando tornava a consegnare le maglie le sciarpe i corredi. Ricordo in particolare una delle vecchie in questione, era una signorina, di 70 e pass’anni, con i capelli tagliati cortissimi bianchi splendenti, la sua casa era l’apoteosi del cattivo gusto e lei si conservava in naftalina [detesto quell’odore] tutto in quel palazzo sapeva di naftalina pure il suo orribile barboncino bianco, aveva ovunque busti neri del duce che mi facevano orrore pur non sapendo cosa o chi rappresentassero. Lei aveva la pelle incartapecorita ma era altissima, vestiva con abiti lunghi simili a vestaglie con colli a scialle e legati annodati sul fianco, un fantasma di se stessa, e quando andavamo a trovarla io stavo in apnea per intere mezzore.
Riesco a rivedermi in quei momenti, da piccola ero una bambola, abitino sempre in tinta col cappellino di rafia e fiocco, calzine di cotone con i nastrini, scarpe di vernice e sottogonna in sangallo, mi lasciavo torturare da mia madre, mi cuciva tutto lei, e mi vestiva con un’amore che non avevo il coraggio di respingere (per fortuna col tempo ho trovato il coraggio) penso a me seduta sul divano di questa vecchia fascistona coi piedi che non toccano terra, le ginocchia strette compita come non so più essere, mentre dentro di me evito di inspirare e spero che la vecchia muoia prima del prossimo incontro.

Cattiva sono sempre stata.

 

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