un fiore per A

Un sogno intensissimo quello di questa notte.
Non pensavo a lei da troppo tempo, e sognarla come se fosse viva è stato piacevolmente strano.
Svegliarmi e ricordare che non è più tra noi invece mi ha straziato il cuore.
Ricordo tutti i particolari, vividamente, i colori, la casa, assurda come una ricchissima baracca su più piani, bohemien, piena di arazzi e tende in velluto e mobili bellissimi, un collage di tutte le case che frequentavo in quel periodo.
Ricordo nitidamente il mio disagio e la mia curiosità.

Viaggio sulla provinciale di notte e anche se è primavera inoltrata il paese che attraverso ha installato delle decorazioni luminose, tipiche del periodo natalizio, ma il soggetto è quello dei tarocchi, arcani maggiori e figure geometriche.
La strada è buia, solo gli incroci sono illuminati, di un arancione accecante, che distrae dalla luce dei semafori. Mentre guido indosso gli auricolari e racconto a Robbo tutto quello che accade, la strada deserta, le inaspettate luminarie, l’ansia di aver preso un rosso pieno in un semaforo con il velox.
Poi raggiungo una radura, dove vedo un edificio basso, mezzo crollato.
Scendo dalla macchina e improvvisamente non c’è più segnale.
Non mi curo di terminare la chiamata, ma arrotolo le cuffie intorno al telefono e lo metto in tasca.
Entro nell’edificio in rovina e mi accorgo che è la vecchia aula allievi dell’Istituto d’Arte, la percorro fino al fondo dove un sipario malconcio nasconde altri ambienti.
Mentre mi avvicino alla tenda, sento delle voci, la scosto e vedo M. insieme alla sua bellissima compagna che nel sogno ha dei capelli color miele che illuminano la stanza come se fossero fatti di luce pura.
Li abbraccio e a metà mi scuso per l’ora, a metà mi sento in pieno diritto di essere lì, e non so il perché.
Li seguo su per delle scale che ricordo di aver percorso in una villa di Burolo, ventiquattro anni fa mentre mia zia cercava casa, un posto buio, inquietante e umido come una cantina. Attraversiamo stanze piene di piante, enormi vasi con palme e ficus e molte altre appese al soffitto, un bagno con delle maioliche anni sessanta in perfetto stile marocchino, anche lui pieno di accenti vegetali e specchi ornati in bronzo. Poi scostata un’altra tenda entriamo nella cucina, che invece è l’esatta copia di quella di R., dove abbiamo passato un capodanno credo nel 2002.
Ci sediamo sul divano e iniziamo a raccontarci di tutto. M. mi mostra i suoi ultimi lavori, e la sua metà, di cui non conosco il nome, parla poco ma la sua chioma illumina l’ambiente e ha come una pace dipinta sul viso, una sorta di estasi mistica che mi fa intuire che forse è in dolce attesa.
Mentre parliamo il tempo scorre in maniera impercettibile, e sono preoccupata perché la telefonata con Robbo è stata bruscamente troncata dalla mancanza di segnale, perciò tento di scrivergli un messaggio, ma ogni tentativo è vano.
Nulla parte e nulla si riceve in questa specie di grotta, potrei essere nelle miniere di Moria per quel che ne so.
Non ci sono campanelli o citofoni, ma i ragazzi sanno che è arrivato qualcuno, e gli andiamo incontro, M. intuisce che si possa trattare di P. invece quando ci raggiunge e mi saluta mi rendo conto che è suo fratello D. ma ci metto moltissimo a riconoscerlo, e in qualche modo, è doloroso.
D’un tratto con noi c’è anche la loro madre, lei che non c’è più, e chiacchieriamo e improvvisamente mi sgrida, è arrabbiata per qualcosa che non ricordo di aver mai fatto, ma non posso giurarlo, non ne ho memoria ma nulla impedisce che sia accaduto. Mi scuso in ogni modo, anche se nel sogno è viva e sta bene, una parte di me sa di aver fatto arrabbiare uno spirito. E qui tutto inizia a mutare, ho come un’urgenza, improvvisa, di chiedere scusa e la conversazione inizia a sgretolarsi.
D. parla ma sento la metà delle sue parole, M. è stranito e la Luminosa si affievolisce e la sua luce trema come se si stesse per fulminare.
Inizio a capire che per uscire da questo luogo senza finestre dovrò camminare da sola, senza voltarmi indietro mai.
Ma non voglio andare via così, l’aria è satura di risentimento.

E poi mi sveglio e la testa martella.
Ma fuori c’è un sole stupendo e sto bevendo un te delizioso al gelsomino e spero diventi una buona domenica.

 

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