march sounds like

La primavera iniziata non mi ha convinta per nulla.
Il cielo si è fatto pallido e noioso e i miei propositi sono falliti, non del tutto, ma potevo fare sicuramente di più.
Una cosa buona di questo periodo è che ho ascoltato un sacco di musica.
Molti artisti di cui ignoravo l’esistenza ma anche tanta roba datata che ho ritrovato con piacere.

Questo marzo sta per chiudersi lasciandomi addosso un senso come di aspettativa delusa.
E ho bisogno di una sorpresa

[Kimbra_Settle Down {live}]

[Passenger_Beautiful Bird]

[Andy Stott_Faith in Strangers]

[The Echelon Effect_Tracking Aeroplanes]

[n u a g e s_Shadows]

un fiore per A

Un sogno intensissimo quello di questa notte.
Non pensavo a lei da troppo tempo, e sognarla come se fosse viva è stato piacevolmente strano.
Svegliarmi e ricordare che non è più tra noi invece mi ha straziato il cuore.
Ricordo tutti i particolari, vividamente, i colori, la casa, assurda come una ricchissima baracca su più piani, bohemien, piena di arazzi e tende in velluto e mobili bellissimi, un collage di tutte le case che frequentavo in quel periodo.
Ricordo nitidamente il mio disagio e la mia curiosità.

Viaggio sulla provinciale di notte e anche se è primavera inoltrata il paese che attraverso ha installato delle decorazioni luminose, tipiche del periodo natalizio, ma il soggetto è quello dei tarocchi, arcani maggiori e figure geometriche.
La strada è buia, solo gli incroci sono illuminati, di un arancione accecante, che distrae dalla luce dei semafori. Mentre guido indosso gli auricolari e racconto a Robbo tutto quello che accade, la strada deserta, le inaspettate luminarie, l’ansia di aver preso un rosso pieno in un semaforo con il velox.
Poi raggiungo una radura, dove vedo un edificio basso, mezzo crollato.
Scendo dalla macchina e improvvisamente non c’è più segnale.
Non mi curo di terminare la chiamata, ma arrotolo le cuffie intorno al telefono e lo metto in tasca.
Entro nell’edificio in rovina e mi accorgo che è la vecchia aula allievi dell’Istituto d’Arte, la percorro fino al fondo dove un sipario malconcio nasconde altri ambienti.
Mentre mi avvicino alla tenda, sento delle voci, la scosto e vedo M. insieme alla sua bellissima compagna che nel sogno ha dei capelli color miele che illuminano la stanza come se fossero fatti di luce pura.
Li abbraccio e a metà mi scuso per l’ora, a metà mi sento in pieno diritto di essere lì, e non so il perché.
Li seguo su per delle scale che ricordo di aver percorso in una villa di Burolo, ventiquattro anni fa mentre mia zia cercava casa, un posto buio, inquietante e umido come una cantina. Attraversiamo stanze piene di piante, enormi vasi con palme e ficus e molte altre appese al soffitto, un bagno con delle maioliche anni sessanta in perfetto stile marocchino, anche lui pieno di accenti vegetali e specchi ornati in bronzo. Poi scostata un’altra tenda entriamo nella cucina, che invece è l’esatta copia di quella di R., dove abbiamo passato un capodanno credo nel 2002.
Ci sediamo sul divano e iniziamo a raccontarci di tutto. M. mi mostra i suoi ultimi lavori, e la sua metà, di cui non conosco il nome, parla poco ma la sua chioma illumina l’ambiente e ha come una pace dipinta sul viso, una sorta di estasi mistica che mi fa intuire che forse è in dolce attesa.
Mentre parliamo il tempo scorre in maniera impercettibile, e sono preoccupata perché la telefonata con Robbo è stata bruscamente troncata dalla mancanza di segnale, perciò tento di scrivergli un messaggio, ma ogni tentativo è vano.
Nulla parte e nulla si riceve in questa specie di grotta, potrei essere nelle miniere di Moria per quel che ne so.
Non ci sono campanelli o citofoni, ma i ragazzi sanno che è arrivato qualcuno, e gli andiamo incontro, M. intuisce che si possa trattare di P. invece quando ci raggiunge e mi saluta mi rendo conto che è suo fratello D. ma ci metto moltissimo a riconoscerlo, e in qualche modo, è doloroso.
D’un tratto con noi c’è anche la loro madre, lei che non c’è più, e chiacchieriamo e improvvisamente mi sgrida, è arrabbiata per qualcosa che non ricordo di aver mai fatto, ma non posso giurarlo, non ne ho memoria ma nulla impedisce che sia accaduto. Mi scuso in ogni modo, anche se nel sogno è viva e sta bene, una parte di me sa di aver fatto arrabbiare uno spirito. E qui tutto inizia a mutare, ho come un’urgenza, improvvisa, di chiedere scusa e la conversazione inizia a sgretolarsi.
D. parla ma sento la metà delle sue parole, M. è stranito e la Luminosa si affievolisce e la sua luce trema come se si stesse per fulminare.
Inizio a capire che per uscire da questo luogo senza finestre dovrò camminare da sola, senza voltarmi indietro mai.
Ma non voglio andare via così, l’aria è satura di risentimento.

E poi mi sveglio e la testa martella.
Ma fuori c’è un sole stupendo e sto bevendo un te delizioso al gelsomino e spero diventi una buona domenica.

 

odore di fallimento

Continuo ad ammazzarmi di caffè perché mi sento intorpidita nell’anima.
La luna non mi sorride anzi, sembra prendersi gioco di me.
Sono più cattiva del solito. Ho la testa pesante e sono distratta e pericolosa.
Sto ascoltando la musica sbagliata e non riesco a convincermi di quello che suono, non riesco a trovarne una mia.
Ho camminato si, ma non nel verde.
Il numero di passi maggiore l’ho fatto sicuramente sottoterra, come un topo di laboratorio.
Per ogni micro progetto che porto a termine ne inizio tre che non hanno speranze e vorrei uscire da questo letargo.
Da riposo è mutato in noia.

Sei cose impossibili prima della primavera

  • Camminare tutti i giorni, possibilmente nel verde che muta di giorno in giorno.
  • Registrare i brani che ho scritto nelle ultime settimane.
  • Bere meno caffè, e questa è la più difficile.
  • Cucirmi quei due vestiti disegnati ormai troppo tempo fa.
  • Leggere almeno due libri.
  • Finire almeno uno dei mille progetti manuali iniziati.

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Ho ventuno giorni di tempo, solo tre settimane. Conoscendomi è matematicamente impossibile.
Vedremo.

this month in pictures

Febbraio per me si è diviso in lunghe attese e passeggiate.
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Mattiniera,  stordita dalla luce bianca, nei parchi torinesi.img_20170228_164521img_20170228_134726img_20170228_134718img_20170228_133935img_20170228_164504Nottambula alla scoperta di gioielli Liberty.img_20170126_224320-2img_20170126_224235-2
E poi determinata a stanare la primavera in qualunque sua forma.
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nachos are the best

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Le polveri, si sa, sono tra le mie cose preferite. Che si tratti di colore, trucco, terra o farina poco importa, se c’è da impastare o mescolare io sono felice.

E allora facciamo i nachos, con tanta farina gialla, granulosa e profumata.
Mescoliamo insieme
200g di farina di mais
200g di farina di frumento
3 cucchiai di olio di oliva
1/2 cucchiaino di sale
200 ml di acqua calda
Impastiamo fino a ottenere una pasta liscia e morbida ma non appiccicosa.

Formiamo una palla e la avvolgiamo in un canovaccio pulito. Lasciamo riposare per trenta minuti. Poi dividiamo l’impasto in palline e le stendiamo con il mattarello.

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Tagliamo a spicchietti e friggiamo nell’olio profondo e bollente, poi spolveriamo di sale, pepe e rosmarino.

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